Alessandro Pugliese

Linee Guida Semplificazione Sicurezza Alimentare

L’adozione del sistema HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points) rappresenta un pilastro nella gestione della sicurezza alimentare, garantendo il controllo dei rischi lungo tutta la filiera produttiva. Tuttavia, per molte imprese alimentari, in particolare quelle di piccole dimensioni, l’implementazione del sistema HACCP può risultare eccessivamente macchinosa e onerosa.

La necessità di documentare procedure dettagliate, monitorare costantemente i punti critici di controllo (CCP) e mantenere registrazioni accurate può sovraccaricare strutture con risorse limitate. In molti casi, la complessità dei requisiti HACCP non è proporzionata al livello di rischio associato all’attività svolta, portando a difficoltà pratiche nella gestione quotidiana.

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FROLLATURA: NUOVO REGOLAMENTO UE

La legislazione in materia di sicurezza alimentare, ed in particolare quella dei prodotti di origine animale è ampia. Le carni, nel così detto pacchetto igiene (serie di regolamenti in materia di sicurezza alimentare), sono regolamentate dal regolamento CE 853 del 2004, tuttavia, al cambiare delle tendenze, la legislazione si è evoluta con nuovi requisiti sulle carni frollate, i macelli mobili, la selvaggina di allevamento e il nuovo marchio di identificazione degli stabilimenti che lavorano i prodotti alimentari di origine animale, a questi vanno aggiunte ulteriori novità riguardano i requisiti di temperatura delle carni, i tempi di lavorazione dei prodotti della pesca …

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Sicurezza dell’Acqua Potabile

Il Decreto Legislativo 18 del 2023 segna un passaggio cruciale nella regolamentazione della qualità delle acque potabili in Italia, andando a sostituire l’ormai superato Decreto Legislativo 31 del 2001. Questo decreto attua la Direttiva (UE) 2020/2184 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2020, introducendo un approccio preventivo e sistematico per garantire che l’acqua fornita ai cittadini (e agli utenti in genere) sia sicura e conforme agli standard di qualità. Una delle principali innovazioni di questo decreto è l’enfasi sull’analisi dei rischi e sull’autocontrollo della potabilità delle acque, strumenti ….

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barbecue cottura carni

RISCHI DELLA COTTURA BARBECUE

Il barbecue è una delle modalità di cottura più amate in tutto il mondo. Il suo fascino risiede non solo nel sapore unico che conferisce agli alimenti, ma anche nell’esperienza sociale, che  accompagna questa pratica. Tuttavia, come noto, la cottura al barbecue non è priva di rischi per la salute e, con questo articolo, proveremo ad esplorarne alcuni. I principali pericoli legati al consumo di alimenti cotti al barbecue sono…

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CARNI CRUDE , COSA C’E DA SAPERE

La ristorazione nel nostro paese procede sempre di più verso la rivisitazione del classico, a partire dai prodotti della nostra tradizione sempre più consumati e aggiornati (amatriciana, carbonara, gricia, etc.), fino alla riscoperta del crudo di pesce e di carne. Lo scandalo della mucca pazza che ha ispirato, insieme alla necessità del libero scambio delle merci, tutta la legislazione alimentare europea moderna, sembra un lontano ricordo e la scelta di cibi crudi attrae sempre di più i consumatori. A farla da padrone sono senza dubbio il sushi, di cui i cittadini italiani sono i primi consumatori europei, i carpacci di pesce, di molluschi, di carni e le tartàre ancora di carne e di pesce. Ma il consumo di prodotti di origine animale crudi è così sicuro? Le carni consumate completamente crude sono prevalentemente di bovino, tuttavia le cotture a bassa temperatura o le cotture “rosate” sono sempre più frequenti anche per altri tagli. Per poter effettuare un consumo consapevole è necessario porre l’accento su alcune questioni. Al fine di comprendere quale siano i rischi legati al consumo di carni crude dobbiamo porre l’accento su una questione: ad oggi non esiste nessun procedimento di macellazione che garantisca l’assenza di contaminazione. Che sia di bovini, ovini, suini, pollame la contaminazione microbica è un evento inevitabile perché i contaminanti presenti all’esterno dell’animale (su pelle, piume, zampe, ecc.) vengono inevitabilmente trasportati sulla superfici delle carni scuoiate e, come se questo non bastasse, dobbiamo inoltre considerare alcuni parassiti che sono venuti a contatto con l’animale durante il proprio ciclo vitale e che possiamo trovare all’interno delle loro carni. I contaminanti potenzialmente presenti quindi a fine macellazione possono essere batteri come ad esempio la Salmonella Spp., la Listeria Monocytogenes, il Campilobacter, la yersinia enterocolitica e l’escheria Coli, oppure di origine parassitaria come ad esempio Taenia, Trichinella e Toxoplasma Gondii. Tali contaminanti sono in grado di arrecare danno all’uomo, in alcuni casi anche gravi. Durante le fasi di lavorazione della carni purtroppo non ci sono operazioni che conducano ad una riduzione del pericolo ma fortunatamente Il rischio biologico legato al consumo di carni crude viene di fatto praticamente azzerato attraverso la cottura. Nei pezzi di carni interi la contaminazione è esclusivamente superficiale per cui la cottura a temperatura adeguata garantisce un elevato livello di sicurezza, mentre nelle carni lavorate, ed in particolare per quelle sminuzzate, la contaminazione può raggiungere il cuore dell’alimento, per cui, per ottenere un alimento sicuro è bene cuocere le carni alle seguenti temperature assicurandosi di raggiungerle anche al cuore Assodato che la cottura ci garantisce un ampio margine di sicurezza nel consumo delle carni lo stesso livello di sicurezza non è assolutamente raggiunto con le carni macinate consumate crude o presumibilmente tali, come ad esempio gli hamburger al sangue, le tartàre ed i carpacci, compresi quelli marinati, che a prescindere dai trattamenti conserveranno una quota di rischio. Fanno eccezione invece le bistecche consumate al sangue, come detto la contaminazione è soprattutto superficiale per cui il rischio è notevolmente ridotto a condizione che si tratti di prodotti ottenuti da muscolo intero ed appositamente confezionati ed etichettati all’origine, che venga raggiunta una temperatura di almeno 63°C sulla faccia superiore e inferiore del pezzo ed il cambiamento di colore legato alla cottura sia esteso uniformemente su tutte le superfici esterne. Un discorso simile può essere fatto per le cotture a bassa temperatura poiché l’azione della temperatura ed i tempi notevolmente prolungati garantiscono un’adeguata protezione per il consumatore. REGOLE PER IL CONSUMO DI CARNI CRUDE Cosa fare quindi per consumare carni crude e mantenere un buon livello di sicurezza nel rispetto delle leggi vigenti? La legislazione alimentare non impedisce alle attività di ristorazione la preparazione e la somministrazione di carne cruda sebbene il Codex Alimentarius (raccolta di norme alimentari internazionali elaborata nel quadro dei lavori dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) raccomanda che sia opportuno servire carni crude solo quando il consumatore sia informato che, per garantirne la sicurezza, i prodotti serviti dovrebbero essere cotti alle temperature indicate dal Food Code, mentre per il consumo domestico privato non esiste alcuna norma che lo regolamenti. In entrambe i casi è opportuno però attuare alcune accortezze Non rappresentano condizioni di sicurezza il congelamento che non offre sufficienti garanzie sia nel caso dei parassiti sia nel caso dei microrganismi, tantomeno la marinatura. In quest’ultimo caso, se pure una marinatura acida prolungata nel tempo può avere effetto sui microrganismi, difficilmente riuscirebbe ad avere effetti sui parassiti. DUNQUE E’ POSSIBILE IL CONSUMO DI CARNI CRUDE ? Il consumo di carni crude è assolutamente possibile: nel caso del consumo privato è necessario lavorare le carni avendo un elevato standard igienico, seguendo le accortezze sopra descritte e avendo consapevolezza del proprio stato di salute che vuol dire non esporsi a rischi ulteriori nel caso si sia già affetti da patologie croniche con particolare riferimento a quelle che agiscono sul sistema immunitario e quello che interessano il tratto gastro-intestinale. Anche per le attività di ristorazione è assolutamente possibile servire carni crude a condizione che si osservino le accortezze sopra descritte, il personale sia formato, il piano di autocontrollo contenga la descrizione delle procedure e le stesse siano attuate e verificate. Se sei un Ristoratore, se hai un’attività di vendita o un laboratorio di lavorazione delle carni contattaci.

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TECNICHE DI CONSERVAZIONE DEGLI ALIMENTI: PASTORIZZAZIONE E STERILIZZAZIONE

Nello svolgimento delle attività di formazione e consulenza, ICS S.r.l. dedica particolare attenzione alla qualità dei prodotti. Per avere supporto nella stesura delle procedure di autocontrollo o per formare gratuitamente il personale , contatta ICS   Tel: 0664212256   info@icsservizi.com  (Referente: Dr. Pugliese Alessandro) Molti degli alimenti che siamo soliti consumare subiscono trattamenti utili ad allungarne la vita commerciale. Tra i trattamenti più utilizzati troviamo quelli che si basano sul controllo della temperatura che a loro volta possono essere trattamenti di sottrazione del calore (refrigerazione, congelamento, surgelazione) e di aggiunta di calore (pastorizzazione, sterilizzazione). Chiaramente la scelta del tipo di trattamento dipende da molti fattori come lo stato fisico dell’alimento, l’utilizzo che se ne intende fare, la categoria merceologica e la posizione nel mercato che si intende perseguire, ma ingenerale potremmo riassumere i trattamenti e gli alimenti target come di seguito descritti I trattamenti che si basano sulla sottrazione del calore hanno come obiettivo quello di rallentare, e in alcuni casi bloccare, la proliferazione di microrganismi e l’azione degli enzimi che provocano alterazioni sugli alimenti e, nel caso dei microrganismi, danni alla salute. Al contrario i trattamenti che si basano sull’applicazione del calore mirano alla distruzione parziale o totale di enzimi e microrganismi in grado di alterare gli alimenti e arrecare danno alla salute. In questo articolo ci soffermeremo sulla pastorizzazione a la sterilizzazione con l’obiettivo di fornire informazioni utili alle piccole aziende che producono alimenti pastorizzatati o sterilizzati con tecniche ancora artigianali e anche a tutte le persone che ancora si dilettano nella produzione di conserve domestiche. STERILIZZAZIONE È un processo termico che permette di distruggere le forme vegetative (batteri, muffe, ecc.), le spore (cellule metabolicamente inattive, in grado di resistere a condizioni avverse e riattivarsi quando le condizioni consentono la ripresa dell’attività vegetativa) e la denaturazione degli enzimi responsabili della degradazione dell’alimento. I metodi di sterilizzazione sono diversi ma i più comunemente utilizzato sono Tipo di sterilizzazione Temperatura* Durata* Osservazioni Sterilizzazione classica o uppertizzazione 100-120°C ≥ 20 min Effettuata su alimenti inscatolati a bagnomaria o in autoclave UHT indiretto 140-150°C Pochi secondi Effettuato su alimenti sfusi in scambiatore di calore UHT diretto o upperizzazione 140-150°C Pochi secondi Effettuato con iniezione di vapore surriscaldato nel prodotto sfuso * tempi e temperature sono puramente indicativi È chiaro che, soprattutto nei metodi UHT (Ultra High Temperature) diretto e indiretto, è fondamentale che la successiva fase di confezionamento degli sia condotta in condizioni di sterilità per evitare che il prodotto, ormai bonificato, si contamini nuovamente, ma va detto che tali sistemi sono tipici delle imprese strutturate. Più diffusa, più economica e comunque performante, è la sterilizzazione in autoclave a bagno aperto che consente il raggiungimento di elevate temperature con ingombri minimi e con costi di acquisto, gestione e manutenzione più contenuti rispetto a sistemi UHT diretto, indiretto ed anche a sistemi di sterilizzazione di prodotto confezionato a tunnel. PASTORIZZAZIONE A differenza di ciò che avviene per la sterilizzazione, la pastorizzazione non è grado eliminare le spore e non è in grado di inattivare tutte le forme vegetative, consente però la distruzione di tutti i microrganismi patogeni alimentari significativi e la denaturazione di enzimi degradativi.Viene fatta ad alte temperature ma sotto i 100°C, per un tempo sufficiente alll’inattivazione di escherichia coli, salmonelle, listeria M., oltre ad alcuni enzimi (polifenolossidasi e pectinasi nei vegetali, amilasi e proteasi nei cereali, lipasi e proteasi del latte).I metodi di sterilizzazione sono diversi ma i più comunemente utilizzato sono: Tipo di Pastorizzazione Temperatura* Durata* Osservazioni Pastorizzazione bassa 60-65°C 30 min Vino, birra, latte per caseificazione Pastorizzazione alta 75-85°C 2-3 min In passato utilizzata per il latte Pastorizzazione rapida HTST (High Temperature Short Time) 75-85°C 15-20 sec. Eseguita su prodotti liquidi * tempi e temperature sono puramente indicativi Anche in questo caso esistono diversi sistemi di pastorizzazione che possono agire sul prodotto solido, liquido o confezionato, con diversi metodi il più utilizzato nelle piccole aziende è ancora il sistema discontinuo costituito da un bagnomaria in cui vengono inseriti i prodotti già confezione e sottoposti a calore per un certo tempo. Quest’ultimo sistema oltre che nelle imprese alimentari è utilizzato anche livello domestico dove le conserve prodotte sono solitamente confezionate e successivamente lasciate bollire in acqua per un certo tempo. A tal proposito consigliamo a chiunque voglia cimentarsi nella produzione di conserve domestiche di consultare attentamente le “Linee Guida per la corretta preparazione delle conserve alimentari in ambito domestico” scaricabile gratuitamente sul sito dal Ministero della Salute (https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2176_allegato.pdf). DETERMINAZIONE DEL TRATTAMENTO TERMICO Come visto molte tabelle ci restituiscono tempi e temperature precise per la realizzazione di pastorizzazioni e sterilizzazioni ma esistono modelli matematici che consentono di calcolare il tempo di sterilizzazione per un dato microrganismo ad una data temperatura. Tali modelli derivano dalle leggi di Bigelow (2) che consentono di calcolare alcuni importanti parametri La relazione tra i parametri sopra indicati è espressa dalla formula F= D (log a – log b) dove log a- log b indica il numero di riduzioni decimali che si intende ottenere. Per fare un esempio pratico possiamo dire che se volessimo ridurre di 12 logaritmi (log a – log b=12) la popolazione microbica di Clostridium Botulinum (batterio sporigeno tipico delle conserve alimentari) che ha un valore D a 121,1°C (D121,1) pari a 0,21, sarà necessario procedere con il calcolo di F0= D121,1(Log a- Log B) = 0,21 x 12 = 2,52 Tale dato ci indica che applicando una temperatura di 121,1°C è possibile ridurre la popolazione microbica di Cl. Botulinum di 12 cicli logaritmici in 2,52 minuti. Il tempo F0 è calcolabile anche ad altre temperature, infatti a 100°C il valore D del Clostridium Botulinum è pari a D100°C=1,3, pertanto applicando la stessa formula possiamo determinate che a 100°C il la popolazione di Clostridium Botulinum si riduce di 12 cicli logaritmici in 15 minuti F100°C= D100(Log a- Log B) 1,3 x 12 = 15,6 Al calcolo di tali valori vanno comunque sempre affiancate le procedure di verifica previste dal piano di autocontrollo aziendale e le analisi di shelf-life, ovvero le analisi fatte per determinare

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LIEVITO DI BIRRA O LIEVITO MADRE ? Scegliamo quello migliore

Il Natale, si sa, è sinonimo di cene conviviali e rinnovi della tradizione, ed è proprio in virtù della tradizione che molte aziende decidono di offrire ai propri clienti prodotti lievitati. Non possono quindi mancare i pani, alimenti votivi per eccellenza, e panettoni e pandori che proprio dai pani arricchiti dei nostri antenati derivano. Una scelta determinante nella produzione dei lievitati è quella del lievito (link) da utilizzare, ne esistono diversi tipi: il lievito madre, il lievito chimico ed il lievito di birra. In questo articolo intendiamo mettere a confronto il lievito di birra ed il lievito madre per provare a capire quali caratteristiche possiedono. Il Lievito Madre Il lievito madre si può definire come “impasto costituito da acqua e farina e fermentato dai microrganismi naturalmente presenti nell’aria, nella farina e nell’acqua”. L’impasto subisce aggiunte successive di acqua e farina detti “rinfreschi” per ottimizzare le capacità di acidificazione e lievitazione ed è uno degli starters più antichi, che sembra risalire all’antico Egitto, nel 2500 a.c. Il lievito madre  è  dunque un complesso ecosistema biologico composto da più di 50 specie di batteri lattici, generalmente appartenenti al genere Lactobacillus (link), e oltre 20 specie di lieviti selvaggi generalmente appartenenti ai generi Saccharomyces e Candida. Il Lievito di birra La definizione di lievito di birra, invece, per la legge Italiana è legata esclusivamente alla panificazione se pure è utilizzato in molte preparazioni ed è definito come “prodotto costituito da cellule in massima parte viventi con adeguato potere fermentativo”,  è utilizzato sia industrialmente che a casa ed è composto da panetti contenenti cellule (vive) di Saccharomyces cerevisiae (link). Il Saccharomyces del lievito di birra agisce attraverso la fermentazione alcolica, ovvero attraverso la digestione zuccheri con la conseguente produzione di alcool e anidride carbonica (CO2) responsabile del “gonfiore” visivo della lievitazione. Le Fermentazioni Se i lieviti del lievito madre si comportano sostanzialmente come quelli del lievito di birra, i lattobacilli (presenti solo nel lievito madre) sono in grado di fermentare il glucosio ad acido lattico e ad acido acetico e si dividono in 3 gruppi: Inoltre le  fermentazioni sono in grado di idrolizzare le proteine della farina ovvero di realizzare una scissione nelle proteine stesse rendendo i prodotti lievitati con pasta madre più digeribili. Di fatto quindi, mentre nel lievito di birra la fermentazione è solo ad opera del Saccharomyes cerevisiae, nella pasta madre si aggiungono anche le fermentazioni realizzate dai lattobacilli che oltre a renderlo come detto più digeribile, conferiscono il sapore “acidulo” e le profumazioni tipiche che possiamo apprezzare nei prodotti realizzati con lievito madre. Infine i prodotti realizzati con lievito madre si caratterizzano anche per colori più intensi, per via delle reazioni che gli amminoacidi liberati dalla proteolisi fanno con gli zuccheri (reazione di Maillard), per la maggiore disponibilità di alcuni minerali e per una migliore conservazione data proprio dalla maggiore acidità generata dalle fermentazioni lattiche. Qualità ed Igiene Alimentare Se pure la bilancia sembra pendere dalla parte della lievitazione “naturale” va detto che un’impresa alimentare che approccia alla preparazione di prodotti da forno lievitati per le feste deve tenere in considerazione gli spazi, le attrezzature a disposizione, il tipo di confezionamento che intende realizzare, l’impegno che richiede il rinnovo della pasta acida e molti altri parametri che potrebbero incidere sulla realizzano del prodotto, sulla sicurezza alimentare e più in generale sulla conformità del prodotto. Ricordo a tutti infatti che tutte le produzioni realizzate da un’impresa devono essere descritte sul proprio piano di autocontrollo, deve essere stata condotta un’adeguata valutazione dei rischi e devono essere condotte nel rispetto dei regolamenti europei e delle leggi nazionali. Vi ricordiamo che la denominazione “panettone” è regolamentata dal decreto del ministero della salute del 22 luglio 2005 (link), il pane è regolamentato dal D.P.R.  1998 e più in generale l’etichettatura degli alimenti è regolamentata dal Regolamento (UE) 1169 del 2011. Se vuoi avere maggiori informazioni contatta  ICS SERVIZI ; puoi approfondire la conoscenza delle procedure, avere maggiori informazioni sul piano di autocontrollo,  e soprattutto puoi formare il personale anche a titolo gratuito. Se vuoi avere maggiori informazioni contatta  ICS SERVIZI ; puoi approfondire la conoscenza delle procedure, avere maggiori informazioni sul piano di autocontrollo,  e soprattutto puoi formare il personale anche a titolo gratuito.Referente:  Alessandro Pugliese  – Tel: 0664212256     info@icsservizi.com

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carne frollata

LE CARNI E LA FROLLATURA

La carne e i prodotti derivati sono da sempre importanti nella nostra dieta per l’apporto proteico (100 g di bovino ci forniscono circa il 48% del nostro introito proteico giornaliero), per gli altri nutrienti (come ad esempio le vitamine del gruppo B quali B1, B2, B6, B12) ed anche per i minerali come selenio, fosforo e ferro. Quando parliamo di carne intendiamo il complesso formato da tessuto muscolare, tessuto connettivo e tessuto adiposo staccati dalle ossa e le dividiamo in: E ancora in Come sappiamo per poter consumare la carne dobbiamo attendere alcuni giorni dopo la mattazione. Ma cosa succede in quel periodo alla carne? Successivamente alla macellazione intervengono all’interno degli animali alcune importanti modificazioni: la prima avviene naturalmente alla morte e porta ad un irrigidimento delle fibre muscolari (Rigor mortis o rigidità cadaverica), la seconda – definita appunto frollatura– è invece un processo a cui la carne viene sottoposta volontariamente proprio per annullare o diminuire gli effetti del rigor mortis. Rigidità cadaverica e rigor mortis Il rigor mortis arriva dopo alcune ore dalla morte a seguito dell’arresto del flusso ematico che causa una serie di modificazioni: l’ossigeno non arriva più alle cellule muscolari che, essendo ancora vitali, ricavano energia dal glicogeno (riserva glucidica muscolare) e da una particolare molecola detta fosfocreatina, viene così prodotto acido lattico con un meccanismo molto simile a quelle che avviene quando effettuiamo uno sforzo prolungato. Questa reazione chimica procede fino a quando tutto il glicogeno e la fosfocreatina residui non sono consumati, a questo punto le fibre muscolari diventano dure per effetto del legame tra actina e miosina (proteine che regolano la contrazione muscolare) e il pH della carne raggiunge un valore di 5,4 circa (normalmente il pH appena delle carni appena mattate è tra 6,2 e 6,4). Se l’abbassamento del pH è utile dal punto di vista della sicurezza alimentare (la maggior parte dei batteri infatti teme i pH acidi), l’irrigidimento rende il consumo della carne difficile per cui la frollatura, da scelta, diviene quasi un obbligo. Frollatura La frollatura è la maturazione della carne e dura normalmente 6-14 giorni. Le cellule muscolari sono ormai muscolari morte hanno esaurito tutto il glicogeno, la fosfocreatina ed il pH è acido. A questo punto le cellule iniziano a sfaldarsi rilasciando particolari enzimi (detti proteolitici) che avviano la degradazione delle proteine, soprattutto di actina e miosina che si “slegano” rendendo più morbida la carne, e del tessuto adiposo, liberando amminoacidi e acidi grassi che migliorano sapore e tenerezza della carne, consentendo inoltre un innalzamento del pH ad un valore 6,4. Frollature di lunga durata Oggi il mercato dei prodotti di origine animale è sempre più orientato al consumo dei prodotti crudi e, per le carni bovine, dopo lunghi periodi di frollatura. Dal punto di vista della tenerezza va detto che una frollatura di due settimane garantisce già il livello di tenerezza necessario al consumo e che frollature più lunghe sembrano non fornire risultati migliori. Diverso è il discorso della “maturazione” ovvero della produzione di amminoacidi e acidi grassi che migliorano il sapore. La lunga durata di questo processo sembra avere un valore aggiunto ma per un periodo limitato che non va oltre 2 o 3 mesi. FROLLATURA E RISTORAZIONE Come detto, sempre più ristoranti offrono in menù alcune varietà di carne frollate per lunghi periodi. Alcuni acquistano carni già frollate, altri decidono di procedere in proprio acquistando carni non frollate effettuando il processo in proprio. Quali sono i passi che deve fare un ristoratore per offrire questo servizio nel rispetto delle leggi vigenti? Nel caso dell’acquisto di carne già frollata sarà sufficiente qualificare il fornitore secondo le procedure del proprio piano di autocontrollo e trattarle come tutte le altre carni (rispetto della catena del freddo, igiene del personale e delle strutture, rintracciabilità, ecc.) Per l’autoproduzione di carni frollate le attenzioni devono necessariamente aumentare, sarà infatti necessario acquistare attrezzature specifiche che consentano una frollatura a temperatura e umidità controllate, effettuare l’analisi dei rischi, definire le procedure di lavorazione e procedere alla modifica del piano di autocontrollo. In ultimo vanno condotte le procedure di verifica che validino il processo. Tra le procedure di validazione attuabili quella che mostra maggiori garanzie è senza dubbio l’analisi dell’alimento prima di essere sottoposto a frollatura ed al termine del periodo prestabilito (60, 90, 180 giorni), per assicurarsi non si siano sviluppati batteri patogeni dannosi per la salute. Con la ICS SRL puoi approfondire la conoscenza delle procedure di frollatura, avere maggiori informazioni sul piano di autocontrollo, sulla gestione delle celle frigorifere e, soprattutto, puoi formare il personale anche a titolo gratuito. Referente:  Alessandro Pugliese  – Tel: 0664212256     info@icsservizi.com

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OLIO DI OLIVA : QUANDO E’ DAVVERO EXTRA VERGINE

Gli oli si caratterizzano per la composizione prevalente di acidi grassi insaturi che li rende liquidi a temperatura ambiente, i grassi al contrario sono composti prevalentemente da acidi grassi saturi che li rendono solidi a temperatura ambiente, sono più leggeri dell’acqua, perché hanno minore densità, e sono anche insolubili in acqua, motivo per cui acqua e olio non si miscelano tra di loro.
Si caratterizzano inoltre per il punto di fumo, che varia a seconda del tipo di olio ed è la temperatura oltre la quale si sviluppano vapori di acroleina che è una sostanza dannosa ….

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NORME SULL’INDICAZIONE DEL PAESE DI ORIGINE O DEL LUOGO DI PROVENIENZA DELL’INGREDIENTE PRIMARIO DI UN ALIMENTO

Il 28 Maggio è stato pubblicato il regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 recante modalità di applicazione del regolamento (UE) n.1169/2011 riguardo la ” NORME SULL’INDICAZIONE DEL PAESE DI ORIGINE O DEL LUOGO DI PROVENIENZA DELL’INGREDIENTE PRIMARIO DI UN ALIMENTO” Il regolamento non si applica alle indicazioni geografiche protette ai sensi dei Regolamenti (UE) n. 1151/2012, n. 1308/2013, n. 110/2008 o n. 251/2014 o protette a norma di accordi internazionali, né ai marchi registrati ai sensi della direttiva (UE) 2015/2436. Il paese di origine o di provenienza di un ingrediente primario che non sia lo stesso del paese di provenienza del prodotto alimentare dovrà essere indicato: (a) con riferimento a una delle seguenti aree geografiche: (I) “UE”, “non UE” o “UE e non UE”; (II) Regione o altra area geografica all’interno di più Stati membri o nei paesi terzi, come definiti dal diritto pubblico internazionale o intesi dai consumatori medi normalmente informati; (III) Zona di pesca della FAO, mare o corpo di acqua dolce, come definiti dal diritto internazionale o intesi dai consumatori medi normalmente informati; (IV) Stato(i) membro(i) o paese(i) terzo(i); (V) Regione, o qualsiasi altra area geografica all’interno di uno Stato Membro o all’interno di un paese terzo, conosciute dai consumatori medi normalmente informati; (vi) il paese di origine o il luogo di provenienza in conformità con le specifiche disposizioni dell’Unione applicabili per l’ingrediente(i) principale(i) in quanto tale. (B) mediante una dichiarazione: “(nome dell’ingrediente principale) non proviene da (il paese di origine o il luogo di provenienza del cibo)” o una dicitura simile. Le dimensioni dei caratteri di queste informazioni in etichetta sono le stesse stabilite dal Reg. 1169/2011. Il regolamento entrerà in vigore a partire dal terzo giorno di pubblicazione sulla Official Journal of the European Union e sarà comunque applicabile dal 1 aprile 2019.   In allegato, scaricabile, la bozza del Regolamento. Regolamento (UE) 2018-775 origine ingredienti

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